Antologia Critica

Voci di critici, scrittori e studiosi sull'opera di Oronzo Mastro.

Nomen omen

Sebastiano Vassalli, Novara — 1993

Per la pittura di Mastro, parlerei di classicismo magico, che coniuga tra loro due istanze ugualmente presenti nelle sue ragioni profonde di pittore: il bisogno di ordine, di solidità, di equilibrio, cioè appunto di classicità, con la spinta verso il sogno e verso il libero dispiegarsi della fantasia.

Capita a volte che un nome racchiude un destino, o che in qualche modo lo prefiguri. Boccaccio ci ha lasciato una pagina memorabile per spiegarci come e perché Dante non potesse chiamarsi se non Dante; e io non saprei immaginare per Mastro un cognome diverso rispetto a quello che porta, e che probabilmente è legato ad una lunga tradizione familiare di maestri della ceramica a Grottaglie, la "Faenza del sud".

Mi legano a Oronzo alcune ceramiche di cui vado giustamente orgoglioso, collocate sulla facciata della mia casa nella campagna novarese, e una manciata di ricordi che risalgono più o meno a vent'anni fa, che hanno come punto di riferimento un'istituzione scolastica della nostra città, dove Mastro insegna tuttora: il Liceo Artistico Statale.

Non ne parlerei, se in quegli anni lontani in cui non conoscevo ancora Mastro artista, non avessi avuto modo di apprezzare Mastro come educatore e come uomo dotato di un talento naturale per l'insegnamento dell'arte. Un talento d'altri tempi e "da bottega", che ci rimanda al suo nome ed anche a quel suo modo di atteggiarsi, di cui non so quanto lui stesso sia consapevole, da persona che ama più fare che parlare, e che va dritta al cuore delle cose, senza girarci attorno.

Per la pittura di Mastro, parlerei di classicismo magico, che coniuga tra loro due istanze ugualmente presenti nelle sue ragioni profonde di pittore: il bisogno di ordine, di solidità, di equilibrio, cioè appunto di classicità, con la spinta verso il sogno e verso il libero dispiegarsi della fantasia. Ci troviamo di fronte ad un pittore di grande scuola e di grande talento che ama, sì, la tranquillità dei soggetti tradizionali e mitologici, con il profilo del suo paese - Grottaglie - fermo all'orizzonte, con i panneggi sontuosi e i colori pastosi, ma ama anche l'inquietudine portata da un immagine ambigua, o da una presenza apparentemente incongrua (un gatto, un pesce, un occhio), e che sa far scoccare, tra questi due poli, la scintilla dell'arte, con semplicità e naturalezza. È un'arte, la sua, che mi fa tornare alla memoria la metafora di Rabelais, dell'artista come piantatore di cavoli: "Beati quelli che piantano cavoli! Perché un piede ce l'hanno per terra, e l'altro non è mai molto lontano!" Tanti auguri Mastro, e che il piede non lontano ti porti sempre più lontano.

Antologia Critica

Isabella Brugo, Novara — 1982

Il gran teatro del mondo, è, qui, all'ultima rappresentazione, costruito attraverso una luce che, aggredendolo, fa intravedere la nitidezza del marmo, metafora di personaggi e oggetti, l'artificio, la natura "morta".

I luoghi pensosi silenzi, gli sguardi attoniti, sospesi, profondamente e tristemente assorti, le figure bloccate e paludate da freddi, agghiaccianti feticci, ospitate da spazi che limitano e denunciano la loro estraneità all'esistenza e che rimandano alle atmosfere evocate da Leopold Von Sacher Masoch: "Venere in persona era seduta davanti a me, proprio lei, la dea dell'amore, aveva una testa stupenda nonostante i suoi morti occhi di pietra… La sublime donna aveva avvolto il corpo marmoreo in una folta pelliccia, e vi si era rannicchiata, tremando, come una gatta…" Questa la moderna e varia umanità "ritratta" e raccontata nel viaggio figurativo di Mastro, percorso in cui la metamorfosi impera ancora come nelle antiche mitologie, rivissute con straziante ma coraggiosa lucidità.

Solo un inquietante specchio, un gelido gioiello, un abito di gala possono far parlare i personaggi altrimenti in sé muti, costretti in dichiarate e teatrali pose che sempre ne esprimono la falsità di replicanti, di maschere.

Il gran teatro del mondo, è, qui, all'ultima rappresentazione, costruito attraverso una luce che, aggredendolo, fa intravedere la nitidezza del marmo, metafora di personaggi e oggetti, l'artificio, la natura "morta".

Il tempo narrativo diventa ciclico, ossessivamente ripetitivo, sospeso nell'eterno presente da cui è bandito l'azzurro del cielo, presenza ingombrante per chi vuole rimanere ostinatamente muto.

Testo critico

Roberto Moroni — 2008

Di fronte alle tele di Mastro siamo quasi costretti a dubitare di quello che vediamo perché luoghi e figure non sembrano mai al loro posto: voli di pesci, luci irreali, sguardi che non si incrociano mai.

È necessario entrare in punta di piedi negli spazi costruiti con maestria suggestiva e poi porsi all'ascolto, con qualche timore, di melodie nascoste e irreali, lacerti lontani che si perdono nell'eco della notte: suoni a noi intimi, creati dalla nostra mente, o percepiti realmente? Improvvisamente una luce lontana illumina la sagoma scura il cui profilo si staglia imponente, pronta a rivelarci forse nuovi segreti.

Nella solitudine descritta come visione, i soggetti sono protagonisti illusori di una scena costruita per mezzo della suggestione del ricordo dove irrompono splendide figure femminili la cui anima è prigioniera dell'assoluta bellezza.

Di fronte alle tele di Mastro siamo quasi costretti a dubitare di quello che vediamo perché luoghi e figure non sembrano mai al loro posto: voli di pesci, luci irreali, sguardi che non si incrociano mai.

In queste visioni tutto è provvisorio, perfino l'infinito; nulla sembra fermarsi sotto i nostri sguardi indagatori, c'è solo la superficie del racconto: brandello fuggente e magnifico di un sogno.

Lo sguardo di Medusa

Marina Verzoletto — 2010

È difficile incrociare lo sguardo delle donne protagoniste nella pittura di Mastro. Anche i loro compagni di tela, se ci sono, lo evitano. A ragione, perché è lo sguardo di Medusa.

Secondo il mito era una fanciulla bellissima, progenie di divinità del mare. Aveva due sorelle immortali; lei, invece, non lo era. O forse sì. Un altro dio del mare, Poseidone, se ne invaghì e la violentò all'interno del tempio di Atena, la terribile dea non nata da donna e così poco sensibile a tutto ciò che è femminile.

È difficile incrociare lo sguardo delle donne protagoniste nella pittura di Mastro. Anche i loro compagni di tela, se ci sono, lo evitano. A ragione, perché è lo sguardo di Medusa. Dal sangue del collo mozzo della Gorgone nacquero Pegaso, il cavallo alato, e Crisaore, il guerriero dalla spada d'oro; due gocce di quel sangue, donate da Atena al figlio Erittonio, conferivano il potere di guarire o di dare la morte. Lo sguardo di Medusa contiene quindi la potenza spaventosa e vivificante dell'antica Dea Madre mediterranea, signora della generazione e della distruzione.

Altere e malinconiche, le donne di Mastro talvolta si degnano di non volgersi altrove, ma vi traguardano con gli occhi socchiusi; le labbra orgogliosamente serrate sembrano allora sul punto di schiudersi per rivelare antichi segreti.

Le donne di Oronzo Mastro

Emiliana Mongiat, Cameri — 2012

Le donne di Mastro sono essenze di femminilità: bellissime, venate di malinconia, eroticamente intriganti sembrano emergere dai sogni identificandosi con modelli di figure senza luogo e senza tempo.

I dipinti che Oronzo Mastro presenta in questa mostra, eseguiti rigorosamente ad olio su tela, sono tutti dedicati alle donne che, con il mare, sono il suo soggetto preferito e molto amato.

Le donne di Mastro sono essenze di femminilità: bellissime, venate di malinconia, eroticamente intriganti sembrano emergere dai sogni identificandosi con modelli di figure senza luogo e senza tempo. Ma sono donne sempre, in ogni momento, in ogni attimo della loro vita, in ogni loro sguardo e in ogni loro gesto.

Vivono nella luce ombrosa del crepuscolo o in quella azzurrognola del mare indossando abiti severi illuminati da geometrie minute dipinte d'oro e d'argento oppure mostrando la perfezione dei loro corpi i cui volumi sono definiti da un preciso chiaroscuro.

I loro volti, rischiarati da sguardi incisivi e penetranti, esprimono tutta l'intensità dell'universo femminile fatto di pensieri segreti, di forza ma anche di fragilità, di attimi di struggente dolcezza e di silenziosa contemplazione.

Contaminazioni

Emiliana Mongiat, Cameri — 2013

La pittura di Oronzo Mastro è lieve e colorata come solo i sogni possono essere, perché è a questi che le sue figure di donna appartengono.

La pittura di Oronzo Mastro è lieve e colorata come solo i sogni possono essere, perché è a questi che le sue figure di donna appartengono.

Splendide nelle loro assorte presenze, nei loro abiti tessuti con i colori dell'ombra — violetti, cerulei, verdi azzurri, grigi argentati — percorsi a tratti da trame luminose e da fili dorati, le sue donne sono l'essenza stessa della bellezza. Una bellezza consapevole e sofferta, assorbita nel corso della storia dalle culture e dalle civiltà del mondo, che ha plasmato le forme intriganti dei loro corpi, ha definito la purezza dei loro volti, la profondità dei loro sguardi, dei loro sorrisi trattenuti.

Le sue sono donne che vivono nel mondo in punta di piedi, che come i gatti e i pesci che le accompagnano non si sono mai lasciate coinvolgere dalla quotidianità del vivere, dagli affanni dell'anima.

L'inquietudine dell'immaginario

Edoardo Maffeo, Vigevano — 2014

La pittura di un artista dai tratti forti e subito riconoscibili, dal carattere deciso e allo stesso tempo delicato, in un gioco eterno di luci ed ombre e con una padronanza tecnica ed artistica straordinaria.

Attraverso la selezione di una trentina di opere, la mostra traccia un rigoroso excursus sulle fasi più significative della sua produzione pittorica: dalla perfezione ed al recupero della figura degli esordi, agli itinerari più recenti che si dischiudono a visioni inquiete e spazi onirici, ad immaginari surreali e simbolici. Il sommesso e sottilmente armonizzato "controllo" delle suggestioni dell'antico è qui spinto al limite di una umbratile e solenne veridicità e trova il suo labile ma indimenticabile clima, il suo personalissimo luogo leggendario.

Protagoniste di tutto questo le sue donne: bellissime, enigmatiche, con i volti rischiarati da sguardi incisivi e penetranti che esprimono tutta l'intensità dell'universo femminile, amalgama di pensieri segreti, di forza ma anche di fragilità, di attimi di struggente dolcezza e di silenziosa contemplazione.

Insomma la pittura di un artista dai tratti forti e subito riconoscibili, dal carattere deciso e allo stesso tempo delicato, in un gioco eterno di luci ed ombre e con una padronanza tecnica ed artistica straordinaria che sa sempre regalarci opere di altissimo livello contemporaneo.