Poetica e Critica

Le parole dell'artista e le voci di critici, scrittori e studiosi.

Nelle parole dell'artista

Perché i gatti? Perché i pesci?

Sono le domande ricorrenti che puntualmente mi vengono fatte in occasione di una mia mostra. Rispondere non è difficile; difficile, semmai, è rendere con le parole le motivazioni che spingono a raffigurare certi esseri. Come Alice si chiese che cosa ci fosse dall'altra parte dello specchio, riuscendo, con suo enorme stupore, a passarci attraverso e a trovare risposta alle sue curiosità, anche di fronte a un dipinto bisognerebbe tentare la stessa operazione. Tuttavia, per accontentare tutti e non sconvolgere le menti di nessuno, tenterò di rispondere con semplicità a questi “angoscianti interrogativi”.

In ognuno dei miei dipinti, anche in quelli che apparentemente si allontanano dalle consuete tematiche, cerco di raccontare gli assordanti silenzi in cui l'umanità sembra immersa. Mi riferisco alle tacite passioni, alle cose anche le più semplici, non dette, alle carezze non date, alle amicizie richieste su internet e non alle persone reali. Mi riferisco agli sguardi vuoti che ti guardano senza vederti, alla spiacevole sensazione di essere trasparenti, all'essere così vicini eppure sentirsi tanto distanti. I pesci, notoriamente poco calorosi, sottolineano con la loro presenza questi siderali silenzi.

Il gatto, a causa del mio sconfinato amore per il mare, meriterebbe un discorso a parte, data la sua complessa ed enigmatica natura. Nei secoli è stato adorato e perseguitato. Gli aggettivi per descriverlo si sprecano, tanti sono i libri che gli sono stati dedicati; ma lui è rimasto sempre indifferente alle umane pulsioni. Tra le sue caratteristiche, due, per me, hanno grande rilevanza: l'estremo individualismo e la capacità di vedere al buio. Quest'ultima sarebbe bene che appartenesse al genere umano: potremmo così finalmente sconfiggere la notte delle nostre anime e forare le tenebre della nostra indifferenza.

C'è però un altro perché, che quasi mai mi viene posto esplicitamente, ma si coglie negli sguardi di sufficienza che alcuni riservano ai miei quadri: perché figurativo? Potrei anche sottrarmi alla domanda e dire semplicemente: fatti miei. Ma, una volta per tutte, tenterò di soddisfare anche questa curiosità.

Sono cresciuto e sono stato educato in una bottega. Ho imparato fin dalla prima infanzia il senso delle proporzioni e dell'eleganza dei modelli ceramici prima e del corpo umano poi. Con gli anni, per essere stato allievo di Afro Basaldella, pur amando la sua pittura, al pari peraltro delle opere di Burri, Capogrossi, Vedova, Klee, Pollock e altri, non ne ho condiviso le scelte. Ho invece continuato la mia ricerca con estrema convinzione, cercando di affinare sempre più la conoscenza e l'uso delle tecniche tradizionali del dipingere.

Ho sempre pensato, magari sbagliando, che le arti figurative non sono scienza; che la pittura non è logica, non è ragione, ma cuore; e che è bella quando arriva all'anima. Rispetto le scelte oneste, quelle che travalicarno le mode, quelle dettate da animo puro e passione sincera; ma questa purtroppo è un'epoca nella quale chi dipinge la realtà è considerato un fossile e deve fare i conti con i massimalismi e gli schematismi ideologici.

Se nel passato le avanguardie hanno saputo aprire ambiti nuovi alla creazione artistica, oggi sono perlopiù pretesti per lo sbragato e impigrito accademismo di tanta parte dell'attuale produzione. Penso sia tempo di superare l'omologazione del pensiero, di diventare eretici contraddicendo quelle ortodossie diventate ormai assiomi.

Perciò, eroici conformisti, fanatici sostenitori delle ultime mode, non perdete la speranza: magari un giorno, ma con convinzione, diventerò informale.

— Oronzo

Antologia Critica

La pittura immaginata

Fabrizio Parachini — 2015

La necessità intima di esprimersi attraverso una figurazione sentita come unico medium possibile tra l'esercizio pittorico, il dipingere con tutto ciò che la pratica comporta, e il raccontare visioni.

Dalla prima opera sono passati cinquant'anni. Questa non è un'occasione per fare bilanci, ma piuttosto l'opportunità per cercare di mettere a fuoco alcuni degli aspetti fondamentali che hanno caratterizzato il lavoro dell'artista e i temi affrontati, frequentati e poi condivisi con i propri estimatori.

Dagli anni ottanta la figura umana, nelle sue diverse declinazioni, diventa il fulcro delle riflessioni e dell'espressività figurale di Oronzo Mastro. Il nudo femminile, che aveva fatto la sua comparsa come prova d'esame nel 1971, si ripresenta periodicamente negli anni, come pretesto e soggetto dalla forte comunicativa esistenziale e simbolica.

La figura umana è anche indagata e raffigurata da Oronzo Mastro sia nel suo essere "persona in sé", sia come persona "simbolo" e in questo caso spesso vestita degli attributi nominali o esteriori di una religiosità condivisa. L'artista vuole parlarci dell'esistenza umana, di vita vissuta, di situazioni e atteggiamenti sociali.

È questo l'ultimo corpus di opere: ritratti di donne, volti, mezzibusti, figure intere e di trequarti; tutti dai titoli significativi e in alcuni casi ambivalenti e tutti fatti di una pittura preziosa ma, cosa estremamente importante, tutti come attraversati da visitatori silenziosi e, apparentemente, inopportuni.

A proposito della pittura di Oronzo Mastro, Sebastiano Vassalli ha fatto una considerazione di ordine generale: "Per la pittura di Mastro, parlerei di classicismo magico, che coniuga tra loro due istanze ugualmente presenti nelle sue ragioni profonde di pittore: il bisogno di ordine, di solidità, di equilibrio, cioè appunto di classicità, con la spinta verso il sogno e verso il libero dispiegarsi della fantasia."

La necessità intima di esprimersi attraverso una figurazione sentita come unico medium possibile tra l'esercizio pittorico, il dipingere con tutto ciò che la pratica comporta, e il raccontare visioni. Anche nella mutazione dei titoli che l'artista ha attribuito alle sue opere si percepisce il graduale raggiungimento dell'obiettivo poco per volta chiarito a se stesso.

I ricordi sono i segni più importanti che lascia il tempo, per fortuna o purtroppo. E agli uni e all'altro si annoda quella malinconia che si percepisce essere impalpabilmente presente, ma non patita, nelle opere di Oronzo Mastro che, alla fine, è riuscito a trovare quel tipo di pittura che si era sempre immaginato. Una pittura che alla presenza delle figure del mondo deve tutto e che alle figure, reali, del mondo, deve parlare.

Nomen omen

Sebastiano Vassalli, Novara — 1993

Per la pittura di Mastro, parlerei di classicismo magico, che coniuga tra loro due istanze ugualmente presenti nelle sue ragioni profonde di pittore: il bisogno di ordine, di solidità, di equilibrio, cioè appunto di classicità, con la spinta verso il sogno e verso il libero dispiegarsi della fantasia.

Capita a volte che un nome racchiude un destino, o che in qualche modo lo prefiguri. Boccaccio ci ha lasciato una pagina memorabile per spiegarci come e perché Dante non potesse chiamarsi se non Dante; e io non saprei immaginare per Mastro un cognome diverso rispetto a quello che porta, e che probabilmente è legato ad una lunga tradizione familiare di maestri della ceramica a Grottaglie, la "Faenza del sud".

Mi legano a Oronzo alcune ceramiche di cui vado giustamente orgoglioso, collocate sulla facciata della mia casa nella campagna novarese, e una manciata di ricordi che risalgono più o meno a vent'anni fa, che hanno come punto di riferimento un'istituzione scolastica della nostra città, dove Mastro insegna tuttora: il Liceo Artistico Statale.

Non ne parlerei, se in quegli anni lontani in cui non conoscevo ancora Mastro artista, non avessi avuto modo di apprezzare Mastro come educatore e come uomo dotato di un talento naturale per l'insegnamento dell'arte. Un talento d'altri tempi e "da bottega", che ci rimanda al suo nome ed anche a quel suo modo di atteggiarsi, di cui non so quanto lui stesso sia consapevole, da persona che ama più fare che parlare, e che va dritta al cuore delle cose, senza girarci attorno.

Per la pittura di Mastro, parlerei di classicismo magico, che coniuga tra loro due istanze ugualmente presenti nelle sue ragioni profonde di pittore: il bisogno di ordine, di solidità, di equilibrio, cioè appunto di classicità, con la spinta verso il sogno e verso il libero dispiegarsi della fantasia. Ci troviamo di fronte ad un pittore di grande scuola e di grande talento che ama, sì, la tranquillità dei soggetti tradizionali e mitologici, con il profilo del suo paese - Grottaglie - fermo all'orizzonte, con i panneggi sontuosi e i colori pastosi, ma ama anche l'inquietudine portata da un immagine ambigua, o da una presenza apparentemente incongrua (un gatto, un pesce, un occhio), e che sa far scoccare, tra questi due poli, la scintilla dell'arte, con semplicità e naturalezza. È un'arte, la sua, che mi fa tornare alla memoria la metafora di Rabelais, dell'artista come piantatore di cavoli: "Beati quelli che piantano cavoli! Perché un piede ce l'hanno per terra, e l'altro non è mai molto lontano!" Tanti auguri Mastro, e che il piede non lontano ti porti sempre più lontano.

Antologia Critica

Isabella Brugo, Novara — 1982

Il gran teatro del mondo, è, qui, all'ultima rappresentazione, costruito attraverso una luce che, aggredendolo, fa intravedere la nitidezza del marmo, metafora di personaggi e oggetti, l'artificio, la natura "morta".

I lunghi pensosi silenzi, gli sguardi attoniti, sospesi, profondamente e tristemente assorti, le figure bloccate e paludate da freddi, agghiaccianti feticci, ospitate da spazi che limitano e denunciano la loro estraneità all'esistenza e che rimandano alle atmosfere evocate da Leopold Von Sacher Masoch: "Venere in persona era seduta davanti a me, proprio lei, la dea dell'amore, aveva una testa stupenda nonostante i suoi morti occhi di pietra… La sublime donna aveva avvolto il corpo marmoreo in una folta pelliccia, e vi si era rannicchiata, tremando, come una gatta…" Questa la moderna e varia umanità "ritratta" e raccontata nel viaggio figurativo di Mastro: percorso in cui la metamorfosi impera ancora come nelle antiche mitologie, rivissute con straziante ma coraggiosa lucidità.

Solo un inquietante specchio, un gelido gioiello, un abito di gala possono far parlare i personaggi altrimenti in sé muti, costretti in dichiarate e teatrali pose che sempre ne esprimono la falsità di replicanti, di maschere.

Il gran teatro del mondo, è, qui, all'ultima rappresentazione, costruito attraverso una luce che, aggredendolo, fa intravvedere la nitidezza del marmo, metafora di personaggi e oggetti, l'artificio, la natura "morta".

Il tempo narrativo diventa ciclico, ossessivamente ripetitivo, sospeso nell'eterno presente da cui è bandito l'azzurro del cielo, presenza ingombrante per chi vuole rimanere ostinatamente muto.

Testo critico

Roberto Moroni — 2008

Di fronte alle tele di Mastro siamo quasi costretti a dubitare di quello che vediamo perché luoghi e figure non sembrano mai al loro posto: voli di pesci, luci irreali, sguardi che non si incrociano mai.

È necessario entrare in punta di piedi negli spazi costruiti con maestria suggestiva e poi porsi all'ascolto, con qualche timore, di melodie nascoste e irreali, lacerti lontani che si perdono nell'eco della notte: suoni a noi intimi, creati dalla nostra mente, o percepiti realmente? Improvvisamente una luce lontana illumina la sagoma scura il cui profilo si staglia imponente, pronta a rivelarci forse nuovi segreti.

Nella solitudine descritta come visione, i soggetti sono protagonisti illusori di una scena costruita per mezzo della suggestione del ricordo dove irrompono splendide figure femminili la cui anima è prigioniera dell'assoluta bellezza.

Di fronte alle tele di Mastro siamo quasi costretti a dubitare di quello che vediamo perché luoghi e figure non sembrano mai al loro posto: voli di pesci, luci irreali, sguardi che non si incrociano mai.

In queste visioni tutto è provvisorio, perfino l'infinito; nulla sembra fermarsi sotto i nostri sguardi indagatori, c'è solo la superficie del racconto: brandello fuggente e magnifico di un sogno. Il silenzio torna a dominare il nostro entusiasmo, siamo nuovamente intenti nell'esercizio della minuziosa osservazione dei particolari, alcuni dei quali rivelatori della parallela attività di ceramista del pittore, particolari magnifici, dipinti con la stessa maestria della grande tradizione classica ma non per questo sbrodolanti retorica, essi ci affascinano e attraggono la nostra morbosa curiosità con suggestioni tattili: la morbidezza della carne, il suo profumo, la sontuosa ricerca dell'effetto luminoso, il trionfo della bellezza.

Quando abbiamo creduto di vedere nel quadro un'idea di racconto tutto si trasforma nuovamente portandoci in dote una profonda sensazione disorientante, ponendoci di fronte alla sconcertante oscurità dell'ombra che sembra spiare il passaggio dei nostri passi. Nulla pare accadere in questi luoghi impenetrabili, le figure vivono dominate da un fremito compulsivo congelato all'interno di corpi la cui realtà sembra messa in dubbio dalla troppa perfezione.

Ci spostiamo poi verso diversi soggetti, che indagano il tema del sacro. Qui la percezione sfuma dalla dolcezza dei volti della Vergine e del bambino per farci piombare nella drammatica modernità della descrizione del martirio che assume la forza poetica del caravaggismo divenendo elemento di una ragionata simbologia.

Alla cristallizzazione delle emozioni si oppone un'ansia indagatrice, percorrendo quel che ci è dato del racconto verso nuove strade dove ci attende una visione imprevedibile e magnifica dandoci la piacevole sensazione che la vita è sempre sul punto di cominciare o scomparire davanti ai nostri occhi sorpresi.

Lo sguardo di Medusa

Marina Verzoletto — 2010

È difficile incrociare lo sguardo delle donne protagoniste nella pittura di Mastro. Anche i loro compagni di tela, se ci sono, lo evitano. A ragione, perché è lo sguardo di Medusa.

Secondo il mito era una fanciulla bellissima, progenie di divinità del mare. Aveva due sorelle, immortali; lei, invece, non lo era. O forse sì. Un altro dio del mare, Poseidone, se ne invaghì e la violentò all'interno del tempio di Atena, la terribile dea non nata da donna e così poco sensibile a tutto ciò che è femminile. Della contaminazione arrecata al suo sacrario Atena punì, infatti, non lo zio Poseidone, ma la povera Gorgone Medusa, regalandole, in luogo del dolce sembiante cinto di chiome stupende, l'aspetto serpentino e pietrificante.

È difficile incrociare lo sguardo delle donne protagoniste nella pittura di Mastro. Anche i loro compagni di tela, se ci sono, lo evitano. A ragione, perché è lo sguardo di Medusa. Dal sangue del collo mozzo della Gorgone nacquero Pegaso, il cavallo alato, e Crisaore, il guerriero dalla spada d'oro; due gocce di quel sangue, donate da Atena al figlio Erittonio, conferivano il potere di guarire o di dare la morte. Lo sguardo di Medusa contiene quindi la potenza spaventosa e vivificante dell'antica Dea Madre mediterranea, signora della generazione e della distruzione.

I Greci, che nel mito e nell'arte serbarono il segreto di quella potenza, ne trasmisero alla cultura dell'Occidente l'indicibile bellezza e l'inesorabile malinconia. Chi può infatti consapevolmente custodire questa impossibile pienezza, senza sentirne il peso insostenibile? Si può solo cercare di attenuarla, ripetendo all'infinito il gesto di Perseo: per fissare lo sguardo di Medusa è necessario rifletterlo nello specchio dell'arte.

Altere e malinconiche, le donne di Mastro talvolta si degnano di non volgersi altrove, ma vi traguardano con gli occhi socchiusi; le labbra orgogliosamente serrate sembrano allora sul punto di schiudersi per rivelare antichi segreti. Le cinge spesso un copricapo o una collana e le avvolgono drappi sontuosi: i decori richiamano la tradizione ceramica di Grottaglie, ma con la loro apparente incongruità, sovrabbondante di forme e colori, evocano anche il cinto di Afrodite, tessuto splendente di tutte le iridescenze del mare e della Via Lattea, capace di rendere irresistibile chi lo indossava.

Corone, cinture, collane: forme che cingono e conchiudono, simboli di perfetta bellezza e di destino inesorabile, come il monile che Efesto forgiò per punire il tradimento consumato dalla moglie Afrodite con Ares.

Le donne di Oronzo Mastro

Emiliana Mongiat, Cameri — 2012

Le donne di Mastro sono essenze di femminilità: bellissime, venate di malinconia, eroticamente intriganti sembrano emergere dai sogni identificandosi con modelli di figure senza luogo e senza tempo.

I dipinti che Oronzo Mastro presenta in questa mostra, eseguiti rigorosamente ad olio su tela, sono tutti dedicati alle donne che, con il mare, sono il suo soggetto preferito e molto amato.

Le donne di Mastro sono essenze di femminilità: bellissime, venate di malinconia, eroticamente intriganti sembrano emergere dai sogni identificandosi con modelli di figure senza luogo e senza tempo. Ma sono donne sempre, in ogni momento, in ogni attimo della loro vita, in ogni loro sguardo e in ogni loro gesto.

Vivono nella luce ombrosa del crepuscolo o in quella azzurrognola del mare indossando abiti severi illuminati da geometrie minute dipinte d'oro e d'argento oppure mostrando la perfezione dei loro corpi i cui volumi sono definiti da un preciso chiaroscuro.

I loro volti, rischiarati da sguardi incisivi e penetranti, esprimono tutta l'intensità dell'universo femminile fatto di pensieri segreti, di forza ma anche di fragilità, di attimi di struggente dolcezza e di silenziosa contemplazione.

In esse ognuno può riconoscere se stesso, le proprie emozioni e la propria indifferenza, può interrogarsi sui silenzi e sulla superficialità del proprio vivere lasciandosi penetrare da questi sguardi di donna che scendono nel profondo e che muovono le corde più nascoste dell'animo.

Contaminazioni

Emiliana Mongiat, Cameri — 2013

La pittura di Oronzo Mastro è lieve e colorata come solo i sogni possono essere, perché è a questi che le sue figure di donna appartengono.

La pittura di Oronzo Mastro è lieve e colorata come solo i sogni possono essere, perché è a questi che le sue figure di donna appartengono.

Splendide nelle loro assorte presenze, nei loro abiti tessuti con i colori dell'ombra — violetti, cerulei, verdi azzurri, grigi argentati — percorsi a tratti da trame luminose e da fili dorati, le sue donne sono l'essenza stessa della bellezza. Una bellezza consapevole e sofferta, assorbita nel corso della storia dalle culture e dalle civiltà del mondo, che ha plasmato le forme intriganti dei loro corpi, ha definito la purezza dei loro volti, la profondità dei loro sguardi, dei loro sorrisi trattenuti.

Le sue sono le donne cantate dal poeta, di cui hanno la fragilità e, nel contempo, la raffinata potenza espressiva.

Le sue sono donne che vivono nel mondo in punta di piedi, che come i gatti e i pesci che le accompagnano non si sono mai lasciate coinvolgere dalla quotidianità del vivere, dagli affanni dell'anima.

Almeno fino al 2008, anno in cui l'artista ha dipinto il ritratto della madre, sublimato dall'affetto ma reale e concreto, il cui volto è stato modellato non dal sogno ma dallo scorrere della vita. Almeno fino ad ora quando, accanto alla donna compare il cane, presenza che denuncia un legame più stretto con il mondo reale, non illuminato dalla luce azzurra del vespero ma buio, opaco e da cui emerge, con il pallore splendente della luna, l'ovale perfetto del volto incorniciato dalla massa di capelli neri.

È il mondo dove, con i loro cani, vivono i Cristi metropolitani dipinti negli ultimi tempi, che incalza e che preme e che, con i suoi problemi e le sue urgenze sociali, ha contaminato i sogni.

L'inquietudine dell'immaginario

Edoardo Maffeo, Vigevano — 2014

La pittura di un artista dai tratti forti e subito riconoscibili, dal carattere deciso e allo stesso tempo delicato, in un gioco eterno di luci ed ombre e con una padronanza tecnica ed artistica straordinaria.

Nello storico scenario del quattrocentesco Palazzo Sanseverino, Spazio B si appresta ad ospitare uno dei più interessanti ed intriganti eventi della stagione artistica cittadina. La mostra rappresenta l'atteso ritorno di Oronzo Mastro, affermato pittore e ceramista d'origine pugliese ma da anni residente a Novara, artista ben noto ed apprezzato a Vigevano dove per oltre un trentennio ha diretto i corsi della Scuola di pittura dell'Istituto Roncalli.

Attraverso la selezione di una trentina di opere, la mostra traccia un rigoroso excursus sulle fasi più significative della sua produzione pittorica: dalla perfezione ed al recupero della figura degli esordi, agli itinerari più recenti che si dischiudono a visioni inquiete e spazi onirici, ad immaginari surreali e simbolici. Il sommesso e sottilmente armonizzato "controcanto" delle suggestioni dell'antico è qui spinto al limite di una umbratile e solenne veridicità e trova il suo labile ma indimenticabile clima, il suo personalissimo luogo leggendario. Percorsi apparentemente inconciliabili, che nell'opera di Mastro si fondono ora nella ricerca di una narrazione diversa, solitaria quasi, rispetto al quadro generale di una pittura contemporanea forse troppo orientata alla provocazione fine a se stessa ed all'ostentazione del vuoto cognitivo.

Protagoniste di tutto questo le sue donne: bellissime, enigmatiche, con i volti rischiarati da sguardi incisivi e penetranti che esprimono tutta l'intensità dell'universo femminile, amalgama di pensieri segreti, di forza ma anche di fragilità, di attimi di struggente dolcezza e di silenziosa contemplazione. Regine di universi sospesi fatti di atmosfere avvolgenti e crepuscolari che, pur sintetizzando l'idea del silenzio, non riescono a tacere agli occhi dell'osservatore il tumulto reso con l'astratta profondità dell'assonanza tra colore e forma e le inattese presenze di gatti acquattati o pesci che rompono gli efficaci equilibri scenici.

Insomma la pittura di un artista dai tratti forti e subito riconoscibili, dal carattere deciso e allo stesso tempo delicato, in un gioco eterno di luci ed ombre e con una padronanza tecnica ed artistica straordinaria che sa sempre regalarci opere di altissimo livello contemporaneo.